La mano scorreva liscia sulla ringhiera. I passi sgorgavano, riversandosi sul legno delle scalette, trascinati dalla corrente, che portava a svoltare l’angolo e a finire di percorrere il sentiero del balconcino. Lì sorgeva la porta. A ben guardare, doveva essere stata non più di una manciata di passi: quanto bastava a cavalcare e a padroneggiare il suo primo impeto. Un desiderio, a questo punto già maturo e ragionato, fatto di nodi e intrecci, che, però, conservava ancora nell’ispirazione un accenno dell’impetuosità con cui era scaturito. Lasciarsi accarezzare dal calore che il ristorante irradiava in quel monologo notturno, da quella filastrocca modesta e pacata che doveva star recitando. Tutto ciò, a dire il vero, si era tramutato quasi nella semplice attesa di lasciarsi lusingare dalla casa. Dalla purezza che era certo di ritrovare nell’istinto che l’animava. Una lieta armonia, misurata ma verace, lo accolse appena fu dentro il ristorante. Il proprietario lo sorprese pronunciando il suo nome nel salutarlo, facendolo accomodare a un comodo tavolo, che da solo riempiva la sala più grande, inserendosi alla perfezione nel suo equilibrio ordinato e disteso. La luce sorridente rischiarava la stanza, tinteggiando il vetro spesso dei bicchieri. E allo stesso tempo lo induceva ad immergersi del tutto in quell’atmosfera, provando ad intuirne tutte le sfumature. Iniziò brindando alla serata insieme ai commensali, che, per una ragione qualsiasi, sedevano al suo stesso tavolo. Bevve le ultime gocce della corrente su cui aveva navigato fino a quell’isola, raccolte sul fondo del boccale. Percepì subito i suoi sensi rinfrescarsi, l’immaginazione ripulirsi, un retrogusto dolce rincuorarlo e nulla più.
Qualche ora dopo Michele giaceva su un letto della casa-ristorante, avvolto dalla fine coperta solenne della notte, quando essa fu trafitta. Inesorabile, una luce ambigua, poi sempre più netta, dalla finestra si fece strada tra la nebbia dei suoi occhi, ancora appannati dal sonno. Una folla infinita di stelle assisteva al tribunale tra loro due. Non provava repulsione, ma piangeva nervosamente il suo imminente destino. Cercava di capire, ma allora la sua coscienza non sembrava più che una parte del suo corpo, ugualmente impotente di fronte alle leggi della natura. Tra brividi e caldo, tentò di capire ciò che ancora poteva fare e se sarebbe potuto sfuggire. Non ci volle molto perché i suoi occhi si stancassero un po’ e riprendesse sonno. Tornò gradualmente alla normalità e alla tranquillità.
Il mattino seguente, al risveglio, continuando ad interrogarsi sull’enorme equivoco che quella notte aveva avuto luogo, Michele prese gli occhiali e scoprì che si ero trasformato in una capra. Infatti, aveva acceso la televisione e c’era Vittorio Sgarbi, ospite da Barbara d’Urso, che lo definiva come un animale ignorante e inoltre, quando provò a pronunciare qualche parola, uscì soltanto un inquieto belato. Quel breve sogno, in parte, lo tranquillizzò, ma gli fece capire che c’era qualcosa che non andava. Anche se era tra sonno e realtà. Quella luce era apparsa come una giustiziera, alla quale era destinato a soccombere inaspettatamente e amaramente, ed era come se lo interrogasse sulla sua effimera esistenza, facendo vacillare tutto; eliminando e rendendo insignificanti tutti i turbamenti che lo scuotevano prima.
Ma ora doveva prepararsi: Ditri lo aspettava. Si precipitò al di fuori della casa, fermandosi soltanto per un saluto al proprietario. Tentò di ritrovare un po’ di pace reimmergendosi nella sua routine. Quella mattina era leggera come il vento e si lasciava attraversare con indifferenza. In effetti il vento non mancava. Volava, inseguito dai suoi pensieri, di cui si prendeva amichevolmente gioco. Probabilmente non sospettava di dover correre così tanto per star dietro al treno delle 6:27. Esso sfrecciava lungo una linea d’acciaio al bordo della strada e, soprattutto nella fase iniziale del viaggio, Michele si ritrovava spesso a velocità vertiginosa a poca distanza dalle macchine. In quei momenti succedeva che uno sguardo perplesso tradisse tutta la sua disapprovazione per aver scelto il treno di Ditri. Fortunatamente, l’aria continuava a specchiarsi sul finestrino, rinfrescando un ambiente reso severo e noioso dalla presenza di Ditri. Proveniva da lontano, era resa piacevolmente fresca dalla sua traversata. Ora ammiccava ai paesaggi più placidi, ora rideva nei mulinelli. Ditri se ne stava tranquillo sul sedile di fronte, talvolta mettendo Michele in difficoltà, fissandolo con uno sguardo fin troppo sicuro di sé. Così, dopo che le seccature si accumularono per un po’, Michele si ruppe e si sparò di fila 28 video ed esplorò il suo telefono, dai siti più oscuri del deep web, fino alle impostazioni più ingegnose e nascoste del sistema. Il viaggio così parve accorciarsi e in breve furono arrivati. Il progetto di Ditri era maestoso. Se ne avvertiva la smisurata potenza nel raggio di 10 chilometri. Davanti alla stazione stava, pronto al decollo, un aereo gigantesco. Un amico di Ditri aveva consigliato a Michele di seguirlo fino al luogo del suo progetto per poterlo ammirare… “un aereo in grado di decollare in verticale fino alle estremità dell’atmosfera, per poi riatterrare pochi secondi dopo. Il tutto con a bordo una ventina di persone, senza pilota e, appunto, in pochissimo tempo, ma con l’obiettivo di garantire un comfort inaudito, talmente elevato da evitare che la gente si impressioni o che provi anche solo qualche brivido allo stomaco”. Esploso brutalmente poche decine di secondi dopo. In realtà stava a cinque minuti dal suo ufficio ed era tardi per il lavoro. Si era fermato ad assistere all’inaugurazione soltanto per educazione e poi, magari, lo avrebbe aiutato a distrarsi un po’. Se ne andò a lavoro, senza capire il senso di questi progetti così straordinari ed esagerati. Perché Ditri ricercava soddisfazione in cose così grandi?
Dopo il lavoro, una tranquilla serata, Live non è la D’Urso e poi a letto.
Michele era terrorizzato anche solo dall’idea di essere colpito nuovamente da qualcosa di così paralizzante come l’accaduto della notte precedente, ma tentò comunque di prender sonno.
Tirava un po’ di vento, allietando il clima con la sua freschezza.
Dalla finestra, prima come una consolazione, poi come una sconfinata speranza, una luce, prima ambigua, poi sempre più netta, si fece strada tra la nebbia dei suoi occhi, ancora appannati dal sonno, minuscola, ma finalmente di una grandezza percepibile e vera, miracolosa, a suo modo eterna.
Una stella.
La mattina dopo un raggio di sole, che solcava la TV, accesa, anch’essa illuminata, su un programma meraviglioso, con una presentatrice che è una divinità.
Live non è la D’Urso.